IL RUOLO DELL’ORIENTAMENTO NEL PROCESSO DI ELABORAZIONE DEL LUTTO PROFESSIONALE

ATTESA COME SPAZIO DI RIELABORAZIONE EMOTIVA

Di Giulia Ramus

Il webinar “Il ruolo dell’orientamento nel processo di elaborazione del lutto professionale” tenutosi il 7 e 14 ottobre e condotto da Rovena Bronzi – Operatrice del Mercato del Lavoro e del sociale, formatrice, job coach e consulente d’orientamento professionale, ha voluto approfondire in chiave teorica le 5 fasi del lutto a seguito della perdita del lavoro, suggerendo gli interventi adattati ad ogni specifica fase e sottolineando anche i bias che si possono presentare nella seduta di orientamento.

Nella seconda parte invece si sono presentati gli strumenti utili ad un orientatore all’interno di un percorso di rielaborazione del lutto fra cui ” Le mie frustrazioni“, “Le 5 carte dell’elaborazione del lutto“, “Come affronti i vicoli ciechi?“, “Le 3 identità“, “Dirty Dozen” e la “Tecnica dei sei cappelli“.

Perdere il lavoro non significa solamente perdere abitudini, routine, colleghi di lavoro, mansioni. Significa anche attraversare un tortuoso percorso di rielaborazione di un vero e proprio lutto professionale nelle sue diverse fasi. Queste sono contraddistinte ciascuna da pensieri ed emozioni caratterizzanti, la durata può essere variabile e i confini delle stesse possono essere labili. Il fallimento è l’emozione caratterizzante: aver perso lavoro per molti significa anche perdere sé stessi e la propria identità come persona. Infatti, il fallimento pervade ogni sfera del nostro io, portando talvolta ad avere conseguenze sull’io interiore, sulle nostre relazioni e sull’io professionale. Per ovviare al problema e rimanere sempre attivi e costantemente produttivi, ricercare fin da subito un’altra occupazione lavorativa sembra essere la soluzione migliore affinché le emozioni negative possano svanire e si possa ritrovare la serenità perduta. Allontanarsi dalla retorica della “produttività a tutti i costi”, prendere una pausa e stare con le priorie emozioni, sembra essere invece una “perdita di tempo” soprattutto nella società in cui viviamo. Con il tempo, ci si rende presto conto che serve a poco soffocare ciò che si prova, perché prima o dopo, nelle forme più svariate le nostre emozioni si mostrano.

La gestione delle emozioni in tal senso gioca un ruolo di primo ordine.

Saper gestire la propria emotività significa osservarla, riconoscerla ed interrogarla per evitare che prenda il sopravvento. Ma per farlo è necessario compiere un atto rivoluzionario al mondo d’oggi che è quello di concedersi il tempo: attendere, condizione spesso demonizzata, è in realtà spazio liminale, periodo necessario per riconnettersi, parlare con le proprie emozioni e trasformarle in preziose bussole che ci orientano nel comprendere meglio i desideri personali. L’orientatore può affiancare e supportare la persona in questo viaggio interiore, legittimando l’assistito al vivere la propria vulnerabilità ed accompagnandolo verso la fase dell’accettazione. Solo partendo da questa nuova consapevolezza, depurata dall’ansia del fare, la persona potrà riaffacciarsi al mercato del lavoro non come un individuo che cerca di essere salvato, ma come un professionista che conosce le proprie competenze – o ne ha individuate di nuove- e capace di compiere scelte autentiche con il proprio io interiore e strategicamente coerenti con il proprio rinnovato
progetto di vita.

L’orientatore è una figura che riesce a mettere ordine al caos. Non ha la pretesa di trovare la soluzione perfetta, ma costruisce ad hoc il percorso migliore per la persona attraverso interventi e strategie professionali che permettano di intervenire efficacemente nelle
diverse fasi al fine di accompagnare l’assistito verso scelte consapevoli e coerenti con i propri desideri ed obiettivi professionali.