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di Nicola Cannucci, Associato ASITOR, Consulente di Outplacement e Career Coach E-mail
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La vita è un’opera d’arte, un’arte da coltivare attentamente fino a diventare maestri perché la pazienza ha sostituito il tempo e noi siamo la destinazione di noi stessi. Non precisare e non praticare la propria vocazione di sé nel mondo ci conduce lentamente ad una vita ed ad un lavoro di cui difficilmente possiamo esultare. Pian piano ci potremmo ritrovare a chiederci se saremo mai più capaci di esultare.
Un lavoro che comporti integrità, passione e significato è il sentiero della vocazione personale, qualcosa di differente da un miglioramento di se stessi. È la possibilità stessa di vivere la propria vita come un’opera d’arte, creando un lavoro che rifletta la nostra natura e sviluppi il coraggio e la saggezza per dargli forma. “Non occorre perdere l’anima per vivere il mondo, come non occorre lasciare il mondo per ritrovare l’anima”. La domanda essenziale non è più “Cosa potrei fare?” ma “In che modo voglio essere nel mondo?” (Rick Jarow)
La questione dell’orientamento nel mondo del lavoro inizia, per fortuna, a essere sempre più identificata con la ricerca della vocazione professionale ed è per questo che merita una sincera pausa di riflessione. In realtà, è davvero necessario separare la verità del nostro essere dal nostro vivere nel mondo? È possibile essere quelli che siamo nel nostro lavoro, piuttosto che velare la nostra autenticità per riuscire a sopravvivere nel mercato del lavoro? Possiamo creare delle forme di lavoro che ci consentano di offrire al mondo la pienezza del nostro essere? Per quale motivo il lavoro e la carriera sono diventati dei punti di pressione tali che la lotta per il semplice mantenimento ci assorbe fino a prosciugare il tempo e l’energia per vivere? Questi sono gli interrogativi che mi hanno prima turbato e poi fatto riflettere nei miei primi 12 anni di carriera di manager. Qual è il mio posto nel mondo? - mi chiedevo - e, soprattutto, quali sono le mie naturali potenzialità che se individuate, coltivate e sviluppate mi possano consentire di dare il meglio di me nel lavoro in modo naturale senza tradire la mia persona e i miei valori?
Sono fortemente convinto che ognuno di noi è nato con il proprio "Aretè", come dicevano gli antichi greci, e credo nella possibilità di un mondo del lavoro migliore, dove ogni individuo possa dare il suo contributo mettendo a disposizione le proprie potenzialità, sviluppandole in competenze con il risultato di una vita lavorativa appagante in cui l'aspetto economico sia solo una naturale conseguenza dell'autorealizzazione professionale.
Anche la “Strategia Europea per l’occupazione”, prevista dal processo di Lussemburgo, ci sprona da una parte a creare una società attiva attraverso una maggiore responsabilità politica delle regioni e ad un ammodernamento del dialogo sociale, creando così un contesto necessario per lo sviluppo delle risorse umane, e dall’altra accrescere la qualità del lavoro, che sta diventando sempre più la nuova dimensione su cui riflettere. Ma come potremmo mai aumentare la qualità del lavoro se prima di tutto non capiamo quali sono le attività professionali nelle quali ognuno di noi riesce a dare il meglio in modo spontaneo e naturale?
Sembra chiaro che in questo scenario il ruolo degli operatori di orientamento professionale diventa strategico per accompagnare il cliente verso una più consapevole lettura di sé e del suo potenziale. Anche la teoria costruttivista sostiene che è l’uomo che dà un significato al mondo, attribuendo una grande importanza alla soggettività.
Le potenzialità umane se individuate, curate e allenate possono essere trasformate in competenze specifiche o in progetti professionali e, quindi, divenire un modo di essere della mente umana, capace di incidere positivamente nella realtà lavorativa. E', pertanto, importante tenere conto delle potenzialità della persona poiché, se da una parte ci aiutano a delineare la sua personalità, dall’altra ci iniziano a dire qualcosa anche sulle sue capacità, divenendo così il filo conduttore di un bilancio di carriera coerente e di sicuro stimolo all’agire, aspetto spesso tralasciato in un percorso di orientamento professionale.
La nostra realtà riguardo al lavoro sta cambiando, e questa crisi già ci sta facendo riesaminare profondamente il concetto stesso di lavoro mettendo l’economia nell’ottica più vasta dell’interdipendenza evolutiva di ogni essere. Da Karl Marx a Hazel Henderson, le voci della persuasione suggeriscono che la trasformazione del luogo di lavoro è un prerequisito necessario per la libertà umana.
Più di qualsiasi abilità o prodotto, sarà il modo in cui noi sintonizzeremo il nostro lavoro con le nostre più profonde intuizioni sulla vita e con le nostre potenzialità, a rappresentare un contributo genuino alla comunità professionale emergente.
Newsletter n. 6 – Luglio 2011 |