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Intervista al Dr. Fausto Fantini, Career Management Fellow e Docente SEAFO Scuola Europea di Alta Formazione E-mail
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1 – Dottor Fantini, tra poco approfondiremo con lei il tema del rilancio professionale. Prima, però, ci piacerebbe far conoscere ai nostri lettori il livello della sua esperienza in materia. Da dove possiamo cominciare? Diciamo subito che sono un “Capitano di lungo corso” o - come piace dire ai formatori – un “anziano tribale”, cioè persona con esperienza e storie da raccontare.
Dopo una Laurea in Scienze Politiche all’Università di Pavia ante ’68, ho operato a lungo nel mondo delle relazioni industriali (Confindustria, Associazione Industriale a Vercelli, Gruppo Montedison) prima di passare in Philips (1980) dove sono presto divenuto Direttore Centrale del Personale, degli Affari Sociali e della Comunicazione Interna per oltre un decennio. Quando la legge ha introdotto le procedure di mobilità, nei primi anni novanta, dopo essere stato fruitore, per i miei dirigenti, dell’outplacement sin dal momento della sua introduzione a metà degli anni ottanta, sono passato alla consulenza di carriera come Managing Director di una società di outplacement, associata al network CareerNet International. Al termine del decimo anno di attività ho condensato le mie esperienze metodologiche per il supporto alla ricollocazione professionale in un romanzo di facile lettura, ma denso di consigli pratici, che si intitola “La lezione del gatto. Come cadere sempre in piedi e ripartire verso un nuovo lavoro”, edito da Sperling & Kupfer nel 2005. Certificato come “Career Management Fellow” a livello internazionale collaboro attualmente con CORIUM, Agenzia per il Lavoro, una delle più blasonate società di outplacement. Inoltre, da alcuni anni, oltre ad essere docente di legislazione del lavoro e orientamento professionale nei Master della SEAFO Scuola Europea di Alta Formazione di Castellanza, tengo seminari in diverse università italiane. L’ultimo intervento l’ho svolto all’Università di Verona lo scorso 22 novembre in un Convegno, indetto dall’AIF Associazione Italiana Formatori del Veneto e dall’ASITOR Associazione Italiana per l’Orientamento, sul tema: “Orientamento e Ri-orientamento nel dopo crisi”.
2 – Andiamo al nocciolo della questione. Con la crisi che stiamo vivendo è piuttosto scontato oggi dover considerare prioritaria la capacità di rilanciarsi nel mondo del lavoro. In realtà, però, l'era del posto fisso è già tramontata da qualche anno, giusto? Chi si occupa di mercato del lavoro da lungo tempo sa benissimo che il fenomeno - tuttora in corso - di completa trasformazione del lavoro, viene già dagli anni novanta, “quando i giganti cominciarono a danzare”, per usare la bella definizione del libro di Elisabeth Moss Kanter, dando avvio al fenomeno della globalizzazione. Il resto l’hanno fatto da un lato, in senso positivo e, comunque, stravolgente, lo sviluppo delle telecomunicazioni e dell’informatica, dall’altro, in senso negativo, lo shock dell’11 settembre prima e da ultimo la crisi da speculazione finanziaria. Se ci fosse un nuovo Sombart, che nell’era della rivoluzione industriale scrisse che l’uomo aveva cominciato a camminare sulle mani, oggi direbbe che l’uomo ha tentato di volare, è caduto e … si è fatto male. Ma una cosa è certa. Il mondo si è trasformato, mentre le sue regole – almeno in Italia, con le poche eccezioni delle innovazioni sulla flessibilità, peraltro incompiute (si attende sempre l’emanazione dello Statuto dei Lavori, in sostituzione di quello dei Lavoratori vecchio ormai di quarant’anni) - sono rimaste quelle che abbiamo scritto negli anni settanta. Il dopo crisi ci prospetta, comunque, scenari diversi: “Non c’è più il futuro di una volta”. Qualche autore parla oggi di “generazione tuareg”, proprio perché si vaga nel deserto, avendo perso i punti di riferimento in valori e lavoro delle generazioni precedenti.
3 – Lei definisce il lavoratore del futuro come un “surfista”. Ci può spiegare meglio questa metafora? Non sembrerebbe un'immagine molto incoraggiante ... Con lo scenario sopradescritto è evidente che non si può più fare affidamento su un posto garantito a vita, bensì sui propri “assets”: “It’s a paradox, – si legge sul sito di William Bridges – to achieve continuity we have to be willing to change”. Ossia la continuità di occupazione non è più data dalla stabilità delle imprese, il cui ciclo di vita è ormai turbinoso, ma dalla nostra capacità di mantenerci aggiornati facendo valere sul mercato le nostre competenze, e non solo, come vedremo più avanti. E se per i pavidi la prospettiva appare poco incoraggiante, da un altro punto di vista è assai stimolante. Il baratto di questo millennio è tra minor sicurezza a fronte di maggior libertà e possibilità di seguire le proprie inclinazioni, evitando altresì carriere “sicure” ma deprimenti (quante ne ho conosciute, nella mia esperienza, di consulenza di carriera!), che oltretutto – quando si interrompono – ci riconsegnano persone svuotate e smarrite. In definitiva, non si tratta che tornare alle origini della nostra Repubblica, che nel dimenticato secondo comma dell’art. 4 della Costituzione (chissà come mai è così negletto!) recita: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie necessità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Pochi sanno che alcuni padri costituenti avevano addirittura proposto di togliere i diritti civili a chi non lavorava. Non a caso i nostri vecchi dicevano: chi non lavora non mangia! Noi, invece, non facciamo che sentire politici e sindacati parlare di ‘posti’; oppure leggere le lamentele di alcuni disoccupati che chiedono: “dov’è il mio posto di lavoro?”. Dunque, il “surfista” è colui che, grazie alle sue conoscenze, alle sue capacità ed alle sue competenze, è in grado di svolgere un’attività retribuita tesa alla soddisfazione di bisogni, alla erogazione di servizi e, in pratica, alla risoluzione di problemi, laddove questi suoi fattori, con creatività e divertimento – aggiungerebbe il sociologo De Masi – sono significativi, scendendo dall’onda declinante e salendo su una nuova che si prospetta, capace com’è di valorizzare se stesso sul mercato del lavoro.
4 – E in questo “mare agitato”, che è il mondo del lavoro di oggi, quali figure professionali possono venirci in aiuto e come? Un altro retaggio del passato fuorviante è quello di legare le proprie scelte a figure professionali. Lasciamo stare mansionari e profili, anche se i nostri contratti ne sono zeppi: ogni anno nascono professionalità nuove che si possono soddisfare con insieme di conoscenze linguistiche e informatiche, di processo, ma anche capacità professionali, relazionali, manageriali, in definitiva competenze, in qualunque campo dello scibile. Ricordo qui un concetto di competenza che mi è caro: conoscenze e capacità messe in atto con qualità, il che prevede un “vissuto” che possa testimoniare questo strategico binomio. Pertanto, da un lato, si deve ipotizzare un ritorno a figure quasi artigianali, dove il lavoratore esprime abilità e creatività; dall’altro invece qualità e competenze che ci consentano – lavorando in gruppo, si pensi al bellissimo esempio di un pit stop della Ferrari! – di portare contributi decisivi nella soluzione di problemi del committente, padrone o manager pubblico o privato che sia, per il quale stiamo operando. Come si vede in questa prospettiva non ci sono posti, ma idea di contributo al cliente interno ed esterno, che è la ragione della nostra presenza reale al lavoro. Come si vede, una concezione altamente etica.
5 – In un suo recente intervento ha scritto “Cerchi lavoro? Cerca anzitutto te stesso: il resto è self marketing e comunicazione”. È una frase di grande impatto, ma qual è il suo significato profondo? Nella prospettiva che ho indicato c’è un punto fondamentale, che invece è piuttosto trascurato anche laddove si attuano interventi di orientamento professionale, e da cui invece occorre partire. Non c’è in Italia, contrariamente ad altri paesi come la vicina Francia, una cultura del cosiddetto “bilancio di carriera”, in cui periodicamente – con un esperto – si possa andare a definire quanto e perché valiamo nel lavoro. “Dare valore al valore” è stato il titolo di un intervento che abbiamo di recente attuato in una azienda che era stata acquisita da un’altra. Come, cioè, far sapere agli altri quanto valiamo e perché valiamo. Questo è il significato del cercare se stessi. In tema si applica una metodologia ben precisa che, partendo dalla storia professionale, passa poi attraverso l’analisi di eventi di successo, anche minimi, della nostra esperienza, da cui poter derivare – in combinato disposto – le conoscenze, le capacità e in definitiva le competenze di cui siamo portatori. Il processo poi prosegue con la identificazione delle qualità personali e dei fattori per noi motivanti, fino a giungere ad una sintesi, che in gergo chiamo del “prodotto-persona”. Il passo successivo è l’identificazione di bersagli professionali coerenti con tale figura. Una volta identificati si procede alla messa a punto dei tools di comunicazione (dal curriculum vitae al colloquio di selezione) avendo presente che noi non siamo giudicati sulla base di quello che sappiamo fare, bensì in base a quello che sappiamo raccontare di quello che sappiamo fare. Non ci sono aziende che assumono curricula, bensì persone che assumono persone. Da qui l’importanza del networking e del marketing di se stessi, che da soli richiederebbero un’altra intervista …
6 – Ultima domanda: ambizione o talento? Quale di queste doti è più importante per raggiungere i propri obiettivi professionali? Intanto, sostituirei la parola ambizione con motivazione. Per i giovani all’inizio di carriera è ovvio che questa, e non lo scarno curriculum, sia la carta vincente. E sostituirei poi la parola talento con il suo plurale: talenti. Tutti abbiamo talenti, proprio in senso evangelico. Ma occorre scovarli e poi saperli comunicare, prima ancora di dimostrarli. A me piace citare – a conclusione di certi corsi – la bella espressione dei coniugi Varvelli: “Trasforma i tuoi obiettivi in previsioni e costringi il futuro a darti ragione. Perché il futuro è distratto e non ha memoria, perché domani è un altro giorno, non ci conosce e potremmo fargli buona impressione; perché proporre è costruire, mentre accettare è sempre restare dove si è.”
Newsletter n. 4 – Gennaio 2011
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